21/12/2006
Ciao Piero
Questa mattina Piergiorgio Welby ha lasciato questa terra, solo pochi mesi dopo Luca Coscioni. Di lui hanno scritto e parlato tutti. Meglio ricordarlo con qualcosa che ha scritto lui, il giorno in cui, già malato terminale, decise di andare a votare ai referendum del giugno 2005 sulla legge 40. Quel giorno, su www.calibano.ilcannocchiale.it scrisse così...
Ho versato il sangue per la Repubblica! Non è stata, lo devo ammettere, quell’effusione sanguinis tanto cara a qualcuno; è stata una sbucciatura alla tibia con effusione di poco sangue, ma la Repubblica, nella persona del Min. Pisanu, per me, non ha effuso nemmeno l’inchiostro di una Biro usa & getta.
E sì, che, insieme all’Associazione Luca Coscioni, avevo chiesto, per tempo, al Ministro di rendere possibile l’esercizio del diritto di voto per quei 100.000 disabili gravi che non possono spostarsi se non a rischio di molte sofferenze o della stessa vita (in Ucraina per i disabili gravi erano stati istituiti dei seggi volanti…Evidentemente in Ucraina c’è una democrazia matura e in Italia c’è una democrazia troppo…matura!). Il Ministro non ha risposto, forse era occupato a lavarsi le mani, o a fare la doccia. A dire il vero, la vita del Ministro è troppo differente da quella di un disabile grave perché io possa immaginare come passi la giornata. Non molto tempo fa, con una lettera al Foglio, avevo chiesto, sempre come membro dell’Associazione Luca Coscioni, a Ferrara e a Socci di scrivere almeno un articoletto sul diritto dei disabili gravi a leggere le novità editoriali in formato digitale. Non conosco come trascorra la giornata il Ministro, ma credo di non essere lontano dal vero, se immagino che Socci passi la giornata a intervistare chi ha visto la Madonna e Ferrara a dilettarsi con gli orgasmi plurimi che gli procurano i discorsi di Rutelli. Perché dico questo? Perché né Socci, né Ferrara mi hanno risposto. Lo so lo so, in questi casi c’è sempre qualcuno che ti dice: non chiederti cosa gli altri possono fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per gli altri.
Ero uscito dal coma da tre giorni, non sapevo se ci sarei rientrato per sempre, quando si avvicina al mio letto il Prof. Arcangeli, primario del reparto di rianimazione del Santo Spirito e mi dice: “ Il Dott. Ricci del Gemelli vorrebbe prelevarti alcune provette di sangue per spedirle a Torino dove si sta cercando il gene della tua malattia che è molto rara. Se accetti batti una volta le palpebre. Se rifiuti battile due volte. Non sei tenuto ad accettare”. Io pensai agli altri, battei una volta le palpebre e … versai il sangue.
Ieri, il sangue l’ho versato per andare a votare. Stavo per “versare” qualche altra cosa; il ventilatore polmonare dal quale mi ero dovuto staccare per poter entrare nell’ascensore, una volta arrivato al pianterreno, non si voleva riaccendere. Ho pensato – il ventilatore è in panne, se l’ascensore, come spesso accade, si rifiuta di partire, faccio la fine di un pesce rosso saltato fuori dal vaso. Sarei morto tra rantoli e colpi di tosse, come Violetta nell’ultimo atto della Traviata. A tenermi la mano ci sarebbero stati Marco Pannella, Emma Bonino, Sergio Stanzani, Daniele Capezzone, Rita Bernardini. Che cosa ci facevano lì? Erano venuti per rendere possibile il mio voto e per far sentire ai 100.000 disabili gravi una voce che rompesse il silenzio delle autorità. Ecco, già vedo i risolini furbetti, le ammiccatine ironiche, il darsi di gomito degli apoti. Ma sì, questo è il paese dei furbi di tre cotte, siamo tutti smagati, adulti e vaccinati. Questo è il paese dove, se una donna ha le ovaie bruciate dalla radioterapia o un uomo i testicoli asportati per un tumore e, nonostante tutto, vogliono, grazie all’eterologa, un figlio loro, i furbastri si danno di gomito e pensano che lei sia un po’ “mignotta” e lui un po’ cornuto; questo è il paese dove, se una madre portatrice di una malattia genetica spera che suo figlio, grazie alla selezione pre-impianto, non debba nascere con la stessa patologia conclamata, i furbastri si danno di gomito e le dicono in faccia che è peggio di Mengele; questo è il paese dove, se i malati distrutti dalla SLA invocano una ricerca a tutto campo, i soliti furbastri si danno di gomito e gli dicono in faccia che non sono altro che degli assassini disposti a strappare il cuore ai bambini per poter guarire.
In questo paese un uomo, Umberto Veronesi, che ha dedicato la vita a salvare le donne dal tumore, viene sbertucciato dai versi sciolti degli editoriali di un Elefantino, o due Premi Nobel per la medicina, Renato Dulbecco, premio Nobel 1975 per la Medicina per le sue scoperte in materia di interazione tra virus tumorali, e Rita Levi Montalcini, Premio Nobel 1986 per la Medicina per la scoperta dei "fattori di crescita" del sistema nervoso, vengono annichiliti da una battutina più stupida che velenosa: “Io dei Nobel non mi fido”, o il Dott. Vescovi, che notoriamente è retribuito con acqua San Pellegrino e pane e cicoria, mette in guardia quei mammozzi un po’ ebeti che sono i ricercatori di mezzo mondo, dagli interessi malvagi della Spectre delle multinazionali.
Questo è il paese dove il Card. Ruini predica: " […] Non siamo contro la scienza e i suoi progressi: al contrario, ammiriamo e sosteniamo i frutti della ricerca e dell’intelligenza, che è il segno dell’immagine di Dio nell’uomo. Vogliamo dunque che la scienza sia al servizio del bene integrale dell’uomo: non si tratta, pertanto, di arrestare od ostacolare il cammino della scienza, ma di orientarlo […] ” e nessuno delle pere furbastre di tre cotte osa ricordare che “l’orientamento” a cui allude il cardinale si “orientava” a perseguitare Andrea Vesalio perché dissezionava i cadaveri e a “censurare” Christian Barnard perché trapiantava gli organi.
Per contrastare questo orientamento, ho votato 4 Sì, ho versato il sangue, ho riportato uno stiramento allo sternocleidomastoideo e un arrossamento all'osso sacro…no, all'osso laico! (la sola cosa laica su cui Ruini non può mettere le mani!)
Il Calibano
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01/12/2006
Will, Grace e Lino Banfi
Quasi in perfetta contemporanea due canali televisivi italiani hanno messo in onda due trasmissioni con un punto di contatto, la presenza nella storia di omosessuali che non nascondono la loro condizione. In un caso, quello del film tv con Lino Banfi e la figlia Stefania, la polemica è salita sopra le righe. Nella trama, la figlia confessa al padre di essere lesbica e di avere una relazione con una ragazza. E il padre combatte con se stesso e la società per accettare questa situazione, riuscendoci. Le richieste di non mandare in onda (in prima serata e su RaiUno) il film si sono sprecate. Una senatrice della Margherita, già nota per il suo attivismo ai tempi della legge 40 e del comitato Scienza e Vita, ha detto che non bisognava trasmettere la fiction, perché l’argomento non era stato abbastanza dibattuto e perché non faceva parte del programma di governo. In una lettera a un quotidiano, un lettore ha osservato che nemmeno l’isola dei famosi fa parte del programma di governo… L’Osservatore Romano ha dedicato righe all’argomento, trasformandosi per una volta in critico televisivo e stroncando, ovviamente, la fiction. Il pubblico ha premiato il film con sette milioni di ascolto, secondo i dati auditel.
Su Sky, via satellite, è stata trasmessa negli stessi giorni la puntata finale di Will & Grace, telefilm che in nove stagioni negli Stati Uniti ha avuto grandi ascolti e numerosi premi. Will è un avvocato gay che vive con la migliore amica Grace e la cui storia s’intreccia, tra una risata e l’altra, con quella di Jack, anche lui gay (colui che ha aiutato Will a fare “outing”), e di Karen, moglie di un miliardario in carcere e “appassionata” di superalcolici e avventure sexy. Nella puntata finale della serie, si ripercorrono vent’anni di vita del gruppo di amici, con un salto in avanti. Will convive con il fidanzato e insieme crescono un figlio, avuto con una fecondazione eterologa grazie a una madre in affitto, per usare termini cari a questo blog. Grace torna con il marito medico, dopo un “tira e molla”, e crescono la bimba nata con l’inseminazione artificiale, di cui Will è il padre naturale. L’ultima scena è con Will e Grace che brindano al prossimo matrimonio dei due figli. Per dirla all’italiana, tre volte reietti perché lui non è stato cresciuto dalla madre naturale che nemmeno conosce e per di più è cresciuto con una coppia gay, e lei non vive con il padre naturale ma con un uomo che sarebbe legittimo genitore, ma non biologico. Pacs, fecondazione assistita, fecondazione eterologa tutti nello stesso telefilm. Polemiche zero, forse perché era via satellite. E (forse) una morale: i figli sono di chi li cresce. Basta amarli. O dobbiamo chiedere il permesso alla senatrice, che inserisca l’amore ad ogni costo per i figli nel programma di governo?
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13/06/2006
Ditemi che stanno scherzando...
L'ho riletto dieci volte, perchè non ci potevo credere. Ho anche controllato la data. Ed era proprio quella di oggi. Dal Corriere della Sera, pagina 13, titolo: "I vescovi e il referendum: votare è un dovere civico". I vescovi? Il referendum? Dovere civico? Un anno fa (un anno esatto) dissero che al referendum bisognava astenersi. A questo sulla devolution, dove peraltro il quorum non conta, dicono che bisogna votare. Attendo con ansia la spiegazione di qualche "scienza&vita" che mi dirà che è diverso che allora era così e adesso è cosà... Ma penso che mi farà ridere. Ridere per non piangere, come il titolo di oggi del "Corriere".
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28/04/2006
un approccio scientifico alla questione
All’affermazione femminista «Un bambino, quando voglio», i medici dell’infertilità preferiscono oggi la formula «un bambino, quando posso». Il fenomeno delle gravidanze tardive, in effetti, non è affare soltanto delle coppie senza problemi. «Il 17 per cento delle donne che desiderano fare appello alle tecniche di procreazione medicalmente assistita hanno più di 40 anni e il 50 per cento più di 35 anni» constata a Tolone il dottor Robert Boschet, ginecologo e coordinatore del centro di assistenza medica alla procreazione assistita della clinica Saint Michel. Questo ricorso tardivo alle tecniche di fecondazione assistita ha delle conseguenze: a 42 anni, le statistiche mostrano che le possibilità di avere un bambino, in questa fascia di età, sono nell’ordine di meno del 5 per cento. Un altro elemento è da tenere in conto: dal 1 gennaio 2006, la fecondazione in vitro non è più rimborsata per chi ha più di 43 anni.
Nonostante queste restrizioni, il centro di Tolone può mostrare risultati rilevanti: aperto nel maggio del 2003, effettua in media 300 trattamenti l’anno. Le “Fivet” sono realizzate in clinica, così come il 95 per cento delle “Icsi” (l’iniezione dello spermatozoo nell’ovocita). Nel caso di azoospermia (assenza di spermatozoi) gli interventi sono effettuati, per il momento, a Marsiglia o a Nizza. «Ma abbiamo già inviato una richiesta, per avere il permesso di effettuare i prelievi nella nostra regione» precisa Robert Boschet, perché l’infertilità maschile è una realtà in progressione.
Altra preoccupazione: l’aumento del numero delle gravidanze multiple, direttamente legata alle tecniche di fecondazione assistita. «Nella fecondazione in vitro, le donne hanno il 20 per cento di possibilità di avere dei gemelli» spiega il dottor Boschet. Queste gravidanze gemellari si traducono in un aumento delle nascite premature, con conseguente sovraccarico dei reparti specializzati. L’obiettivo è di ridurre questo tasso al 15 per cento, sviluppando un metodo di trasferimento di un solo embrione.
Quanto alle due tecniche Fivet e Icsi, non è facile fare un confronto, perché i criteri di valutazione non sono gli stessi. «Le coppie pensano di avere più possibilità di avere un bambino con l’Icsi, il che è vero se la causa dell’infertilità è esclusivamente maschile. Al contrario, se le cause di infertilità sono piuttosto femminili, questa tecnica, salvo casi particolari, non è in fondo giustificata» spiega Robert Boschet. Ma per tutte le coppie che varcano la soglia di un centro di aiuto medico alla procreazione, conta soltanto la loro motivazione. Oggi, circa l’80 per cento delle gravidanze ottenute con l’una o l’altra tecnica hanno come epilogo la nascita di un bambino.
Nicole Fau
(da “Nice-Matin” di domenica 16 aprile, tradotto dal francese da papà)
16:27 Scritto in Dibattito | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
21/02/2006
Ciao Luca
Ieri è morto Luca Coscioni. Amava la vita. Avrebbe amato Vanessa, se solo l'avesse conosciuta, anche perchè bimbe come lei, nate come lei, sono il simbolo di voler vivere. Lui, che non poteva parlare se non attraverso un computer, voleva vivere. Più di chiunque altro. Leggete qui, per un ricordo di chi lo conosceva davvero.
www.simplicissimus.it/2006/02/in_morte_di_luca_coscioni.html
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