07/02/2007

Benvenuto Noah

La storia è di qualche giorno fa. Ma vale la pena ricordarla. Noah è un bambino nato a dicembre, all’incirca un anno dopo l’uragano Katrina che ha devastato New Orleans e una buona fetta del Sud degli Stati Uniti. Noah è nato con la fecondazione assistita, come il fratello maggiore. Là, visto che si può, dopo la nascita del primo figlio, quel papà e quella mamma hanno lasciato in un centro specializzato gli altri embrioni, in attesa di decidere se riprovarci. Ma Katrina non ha guardato in faccia a nessuno. E non ha risparmiato dall’inondazione nemmeno quel centro. Il medico e la biologa di servizio, però, hanno insistito con i soccorritori, perché si tentasse anche il recupero di quei contenitori di azoto liquido dove c’erano le speranze di decine di coppie di diventare genitori. Il salvataggio riuscì, grazie al coraggio dei pompieri di New Orleans. E la storia di Noah è diventata pubblica dopo la sua nascita. Il nome, che vuol dire Noè, è stato scelto non a caso: «E’ scampato al diluvio universale su un’arca. E così doveva chiamarsi, per ringraziare Dio di averlo salvato». Quando dico e ripeto che la nostra Vanessa è un dono del Cielo, e che la sua nascita mi ha reso più religioso (anche se meno cattolico), immagino stuoli di Teo-cosi storcere il naso. Poi trovo questa storia, che arriva da un paese dove non si guarda con sospetto la fecondazione assistita. E trovo compagnia. Con buona pace di coloro che definirebbero quel medico e quella biologa assassini, in quanto manipolatori di embrioni, e quella madre empia, in quanto ha chiesto aiuto alla tecnica contro la natura. Io, che continuo a credere che l’aiuto della tecnica sia solo un mezzo che Dio ha usato per compiere il suo disegno…

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